sabato 17 novembre 2007

Le vere cause della crescita del debito pubblico.

Andrea Ricci.

Nell’ultimo decennio il principale argomento utilizzato dai fautori delle politiche neoliberiste per sostenere la necessità di ridurre il peso dell’intervento pubblico nell’economia è stato la preoccupazione per il crescente livello di indebitamento pubblico. In effetti, nel corso del decennio precedente, in Italia il rapporto tra stock del debito pubblico e PIL era aumentato di oltre 25 punti percentuali, passando da un livello del 62% nel 1980 al 97,2% del 1990. In assenza di una decisa inversione di tendenza nelle politiche di bilancio pubblico, il rischio di una crisi finanziaria dello Stato appariva allora molto probabile. Fu questa preoccupazione a legittimare, anche agli occhi dell’opinione pubblica, l’adozione di politiche draconiane di riduzione della spesa pubblica. La stessa adesione all’area monetaria europea fu da molte parti giustificata dalla necessità di porre un vincolo esterno insormontabile alla crescita della spesa pubblica. La forzosa disciplina di bilancio, derivante dagli obblighi europei codificati nel Trattato di Maastricht, venne invocata come indispensabile per frenare l’incontenibile impulso dei ceti dirigenti del nostro Paese verso un continuo aumento della spesa pubblica, spesso finalizzato esclusivamente alla conquista del consenso elettorale e ad un’opera di generalizzata corruzione della società.
Motore di questa rivoluzione copernicana nella gestione delle finanze pubbliche furono le autorità monetarie dei Paesi europei. In Italia, di fronte al tracollo del sistema politico derivante dalle inchieste giudiziarie, la Banca d’Italia assunse una completa egemonia nella definizione della politica economica nazionale. I più eminenti dirigenti di questa istituzione ricoprirono periodicamente i principali incarichi di Governo, come Presidente del Consiglio o Ministro del Tesoro, nel corso della prima metà degli anni ’90. Dall’inizio degli anni ’90 la priorità assoluta della politica fiscale del nostro Paese è stata la riduzione del debito pubblico accumulato in passato. A tale scopo si è provveduto nel corso degli anni a profonde controriforme strutturali in tutti i principali campi della spesa sociale (dalla sanità alla previdenza, dall’assistenza alla scuola) che hanno ridimensionato fortemente il livello di protezione sociale per i cittadini. Inoltre, con una gigantesca operazione di privatizzazioni e di ristrutturazioni, lo Stato ha progressivamente smantellato la propria presenza nei settori produttivi. Infine, sono stati drasticamente ridotti i programmi di investimento pubblico nella realizzazione di infrastrutture, nell’ammodernamento tecnologico della pubblica amministrazione, nella riqualificazione ambientale del territorio, nelle politiche di sviluppo del Mezzogiorno. Il personale alle dipendenze della Pubblica Amministrazione ha subito una drastica cura dimagrante, sia in termini di numero di dipendenti, sia in termini di remunerazioni. Eppure oggi, a più di dieci anni di distanza dall’inizio di queste politiche draconiane, ci ritroviamo con un debito pubblico ancora più elevato (110% del PIL) rispetto a quello del 1990. Oggi, ancor più di ieri, la priorità della politica economica resta quella della riduzione del debito pubblico. Ci troviamo di fronte ad un fallimento totale delle strategie di politica economica seguite nell’ultimo decennio. Come è possibile spiegare questo apparente mistero? Se sono state tagliate le spese sociali e quelle per gli investimenti pubblici, se è stato privatizzato il patrimonio industriale pubblico, se sono stati ridotti i dipendenti pubblici, perché il debito dello Stato è cresciuto ulteriormente invece di diminuire? Infatti, che tutto ciò sia accaduto, addirittura con un contemporaneo incremento della pressione fiscale (nel decennio 1991-2001 la pressione fiscale è passata dal 43,8% al 45,8% del PIL), è indiscutibile e non lo dice solo la quotidiana esperienza dei cittadini, ma lo mostrano le cifre contabili. A partire dal 1991 fino a tutt’oggi, lo Stato ha incassato ogni anno attraverso il fisco molto di più di quanto ha speso per fornire beni e servizi di ogni tipo ai cittadini. Nel periodo 1991-2001 il saldo primario (cioè al netto degli oneri sul debito pubblico) ha registrato avanzi enormi pari complessivamente a 850.000 miliardi di lire correnti (in media 77.272 miliardi di lire ogni anno).
La causa del continuo aumento del debito pubblico non sta allora nell’eccesso di intervento dello Stato nell’economia, ma risiede altrove e precisamente nella politica monetaria che è stata condotta nell’ultimo decennio dalla Banca d’Italia prima e dalla BCE poi. E’ stata la spesa per interessi che si è mangiata completamente i tagli alla spesa pubblica, facendo lievitare ancor di più il debito pubblico. E poiché il livello dei tassi di interesse è determinato, in ultima istanza, dalle autorità monetarie possiamo indicare nella Banca d’Italia prima e nella BCE poi i veri responsabili dell’esplosione del debito pubblico. Vediamo perché. La variazione del debito pubblico può essere scomposta in tre fattori: 1) il saldo primario, cioè la differenza tra entrate correnti e spesa pubblica, con esclusione della spesa per interessi; 2) la spesa per gli interessi sul debito pregresso; 3) una componente residuale di carattere finanziario (dismissioni e regolazioni di debiti), che determina la non coincidenza tra il valore dell’indebitamento netto in termini di competenza e il valore del fabbisogno in termini di cassa. Il primo fattore, il saldo primario, è determinato dal Parlamento, con l’approvazione delle leggi di bilancio. Il terzo fattore residuale è sotto il controllo del Ministero del Tesoro e della Ragioneria Generale dello Stato. Il secondo fattore, la spesa per interessi, è invece indipendente dalle autorità di politica fiscale essendo determinato dallo stock di debito accumulato negli anni passati e dai tassi di interesse vigenti sul mercato finanziario, il cui livello è controllato dalle autorità monetarie. La tabella 1 mostra il contributo dato da ciascuno dei tre fattori alla dinamica del rapporto debito pubblico/PIL.

Nessun commento: