martedì 25 marzo 2008

Caro Popolo Quartese

Ci troviamo spesso nella situazione in cui i lavoratori non cambiano nulla nella condizione lavorativa; lavorano sempre per lo stesso padrone, producono le stesse cose e nello stesso posto. Di diverso c’è semplicemente che fra padrone e operaio si è andato a frapporre una terza persona che agisce da vero e proprio intermediario di mano d’opera: una specie di caporalato che una legge del 1960 vieta espressamente.
Cosa può fare il lavoratore per difendersi?
Innanzi tutto bisogna capire se si è di fronte a una vera cessione o una cessione mascherata; e già su questa questione è disarmante constatare l’appiattimento dei sindacati sulle logiche delle direzioni aziendali.
Assistiamo alla firma di accordi in cui vengono garantiti diritti ai lavoratori e quant’altro senza nessuna base reale, ma mai nessuno che si sogni di mettere in discussione la decisione della cessione e tanto meno la sua regolarità.
Basterebbe farsi la domanda: il settore che viene ceduto ha autonomia produttiva e/o funzionale? Se la risposta è sì si fa l’accordo, altrimenti si lotta, e si dice al lavoratore (e lo si sostiene) che è un suo preciso diritto rifiutarsi di cambiare padrone. Se è vero che lo schiavismo è stato abolito non si riesce a capire per quale ragione una persona debba essere trattata alla stregua di una macchina o di un qualsiasi mezzo di produzione, e quindi essere venduta. Inoltre è nutritissima e rilevante la produzione di sentenze che vanno nella direzione di individuare l’autonomia produttiva, come requisito imprescindibile, per definire un ramo di azienda e differenziarlo da un reparto produttivo.
Quando si parla della capacità autonoma del ramo venduto, intendiamo la capacità di fare produzione, acquistando materia prima e vendendo il prodotto da e a chi vuole senza nessuna sorta di condizionamento.
La morale non è quindi molto difficile da trarre: per quanto è possibile e sulla base dei rapporti di forza che si è in grado di mettere in campo i sindacati e le RSU hanno il dovere di respingere la manovra della vendita di rami di azienda attaccandosi anche s tutti quei cavilli legali che esistono ancora. Non è vero che un padrone vale l’altro e che in definitiva ciò che conta è il mantenimento dei diritti acquisiti, perché se così fosse non ci sarebbe nessuna ragione per esternalizzare e scorporare; ciò che i padroni vogliono è proprio farla finita con tutti i lacciuoli costituiti da conquiste di anni di lotta dei lavoratori, e la strada che stanno percorrendo con la cessione di ramo d’azienda ha proprio questo obbiettivo.

Un saluto da Stuyv.

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